mercoledì 16 dicembre 2009

Arte Contemporanea in Europa 1990-2000, tra storia e geopolitica








Gli artisti e le opere, fin ora presentate nel mio blog, hanno seguito un fil rouge di tipo non cronologico bensì concettuale; con ciò intendo dire che ho preferito introdurre i miei visitatori nel complesso e talora contraddittorio mondo dell'arte per via tematica, evitando di scivolare in facili schematismi di tipo nazionalistico o politico.
Arrivati a questo punto però, prima di passare al vaglio le opere di alcuni promettenti artisti europei, credo possa rivelarsi fruttoso riflettere su determinati nodi chiave della Storia e della Geopolitica europea dal 1990 al 2000 ca.; un periodo, questo, caratterizzato da rapide trasformazioni e da tentativi di riconfigurazione economica, sociale e politica a seguito di eventi quali la caduta del muro di Berlino, la frammentazione di nuovi stati, le guerre nell'ex Jugoslavia, l'introduzione dell'Euro e il dibattito sul ruolo dell'Unione Europea.
Nell'ambito di tale arco temporale si è imposto un concetto chiave come quello di "Globalizzazione", mentre contemporaneamente sono sorti nazionalismi e la rivendicazione di specifiche identità culturali.
Anche nelle arti visive si sono verificate tendenze apparentemente contraddittorie. Infatti da una parte sembra essersi consolidato uno scenario transnazionale attraverso musei, riviste specializzate, il diffondersi della comunicazione informatica (come abbiamo già visto nel Blog) e la nascita di nuove importanti rassegne espositive, non solo europee; al tempo stesso hanno ritrovato vigore espressioni artistiche di carattere locale, spesso poco note al di fuori dei rispettivi confini nazionali. Per tale ragione desidero proporvi, in un susseguirsi di interventi, le realizzazioni di tre figure artistiche centrali in tal senso: Maurizio Cattelan (Italia), Steve McQueen (Gran Bretagna), Stefan Kern (Germania), Alain Bublex (Francia).

Per approfondimenti ulteriori, in relazione a tali argomenti, rimando al testo:


Arte in Europa 1990-2000, (a cura di) G. Maraniello, Skira editore, Milano, 2002;

lunedì 14 dicembre 2009

Per restare in tema di Arte Post-human.....Orlan

Artista e perfomer francese, insofferente ad ogni condizionamento accademico, Orlan (nata il 30 maggio 1947 a Saint-Etienne, Francia), non è solo una figura inscindibile dalla Body Art, ma anche la capofila di quella che viene definita arte post-organica o post-umana.
Al centro della sua poetica, oltre alla ricerca intorno al tema della propria identità, la lotta contro la mercificazione del corpo femminile e la possibilità etica di riprogettarsi oltre le imposizioni restrittive del controllo legale.
Mutante contemporanea e sperimentatrice coraggiosa, Orlan indaga sulla sua pelle l’esigenza di metamorfosi e virtualità.
Nove operazioni-performances di chirurgia plastica, in cinque anni, dal maggio del 1990, ispirate da un progetto di ridefinizione facciale archetipica dal titolo: "The Reincarnation of Saint Orlan", hanno progressivamente trasformato il suo volto in quello di una nuova creatura simile ai modelli iconografici della Storia dell’Arte come Diana, Europa, Venere, Psiche e la Gioconda. Orlan interpreta in termini “chirurgici” il suo corpo, materia prima che deve essere manipolata e refigurata per verificare le sue potenzialità metamorfiche e per “rimettersi al mondo di nuovo”. Usare la chirurgia estetica, usare se stessa come artista e come soggetto artistico e rimettere il tutto in un’unica immagine dove la metamorfosi fisica e di identità risulta essere la componente fondamentale di una ricerca che sta portando Orlan ad indagare altri spazi della mente, ambigui ma anche affascinanti e seducenti, che capovolgono il principio cristiano del verbo che si fa carne in carne che si fa verbo.

Modificarsi in identità diverse dal genere di appartenenza portano Orlan a sondare un territorio dove il verosimile ed il vero, il fittizio ed il reale convivono in un mistero trinitario: rimangono comunque il corpo dell’artista o il materiale in esubero dei suoi interventi chirurgici “disseminato” sulle sue opere, a certificare che una particella di realtà si è inserita in un vortice irrequieto di surrealtà e finzione, dando vita ad una nuova esistenza.

E' del 21 novembre 1993 a New York la sua settima operazione chirurgica-performance nel corso della quale si è fatta apporre due impianti di silicone al lato della fronte, che creano così due visibili protuberanze simili a piccole corna. Fra le "opere" che Orlan normalmente commercializza vi sono anche le videocassette delle riprese delle sue operazioni o i reperti organici che le operazioni stesse inevitabilmente producono e che, inseriti in appositi contenitori di varie dimensioni, lei chiama "reliquiari".
Per capire le punte estreme a cui il discorso estetico di Orlan è andato incontro basta sfogliare la voce dedicata a lei apparsa nel "Dizionario del teatro e dello spettacolo" pubblicato da Baldini e Castoldi, in cui il suo lavoro viene così sintetizzato: "Orlan sta attuando su se stessa una metamorfosi fisica e di identità tra le più radicali e controverse nel panorama artistico contemporaneo".
Orlan ha iniziato le sue prime performances nel 1964, al principio con alcune bizzarre operazioni estetiche (come quella di misurare spazi cittadini con il suo corpo, facendosi cioè trascinare per terra. L'unità di misura inventata da lei era proprio in "orlan"). La sua prima performance chirurgica risale invece al 1978, un'operazione d'urgenza metodicamente filmata in video.
Nel 1982 fonda "Art-Accès", la prima rivista d'arte contemporanea e di creazione presente su Minitel, la rete telematica francese presente su scala nazionale. Nel 1983 viene incaricata dal Ministère de la Culture di preparare un rapporto sull'Arte-Performance e nel 1984 insegna all'Ecole Nationale des Beaux-Arts de Dijon. Nel 1998 prepara (in collaborazione con Pierre Zovilé) delle fotografie con il computer e alcune installazioni video interattive a partire dalle trasformazioni del corpo presso i Maya e gli Olmechi.
Artista nota in tutto il mondo, le sue performance sono ormai sostenute anche dal Ministero francese della Cultura e da quello degli Affari Esteri.

domenica 13 dicembre 2009

Posthuman e arte contemporanea

Uno dei ruoli primari dell'arte, come ho tentato più volte di ribadire anche nel mio blog, è di contribuire a rappresentare e a definire l'identità naturale, sociale e culturale, del proprio tempo. Oggi, tale identità è costantemente e sempre più rapidamente modificata dalla ricerca tecnoscientifica. Gli aspetti epistemologici ed etici del rapporto tra ricerca tecnoscientifica e società sono dunque diventati oggetto di crescente attenzione da parte degli artisti contemporanei.
In effetti, le sempre più sofisticate tecnologie di controllo e manipolazione del vivente da un lato (biotecnologia, ingegneria genetica etc.), e di elaborazione e trasmissione di informazione digitale dall'altro (realtà virtuale, intelligenza artificiale, etc.), impongono la rielaborazione di alcune dicotomie fondanti del pensiero moderno, scientifico e non; in particolare, quella tra materia organica ed inorganica, tra vivente e non vivente, tra ente biologico e meccanico, ed infine tra generi, maschio/femmina, e tra specie, specificamente, tra la specie umana e le altre specie animali. Tale rielaborazione coinvolge in egual misura e con uguale urgenza discipline filosofiche tradizionalmente distinte quali la filosofia della cienza, l'etica e la filosofia del diritto.
In questo complesso panorama multidisciplinare e transdisciplinare, l'arte contemporanea si fa tramite tra il complesso apparato della ricerca tecnoscientifica e la società. Abbandonando la mera funzione di rappresentazione ed appropriandosi non solo dei concetti, ma spesso anche dei mezzi e delle strutture proprie della tecnoscienza, nuove forme di ricerca artistica quali, fra le altre, la posthuman art, la body art, l' information art, la transgenic art, l' art of the semi-living, esplicitano in forma sensoriale diretta, tramite installazioni e performances, la tensione dicotomica tra concetti in origine mutuamente esclusivi, evidenziando l'esistenza di una pluralità di controverse commistioni semantiche, epistemiche ed ontologiche.
Nel 1991 il critico e curatore Jeffrey Deitch presenta a New York una collettiva dal titolo Posthuman, coniando un termine, il postumano, destinato a diventare una corrente artistica ben definita ed un movimento di pensiero importante nella cultura anglosassone.
Concetto cardine del pensiero postumano è quello di superamento di limite biologico. Per la prima volta nella storia, la specie umana ha la possibilià di intervenire direttamente nel proprio processo evolutivo, sia a livello ontogenetico, con una conoscenza sempre più approfondita del DNA, sia a livello filogenetico, con la creazione di intelligenza sintetica, di computer organici, di protesi biologiche ed informatiche.
Come afferma Deitch: "(...) Per l'artista post-human, l'opera si identifica in una procedura ricostruttiva del corpo, alterato nella sua identità biologica in un processo di biodiversificazione tra arte, scienza e tecnologia, che ha come fine una mutazione genetica, un nuovo corpo, una nuova personalità, una nuova psicologia, talvolta attraverso autoaggressive trasformazioni somatiche, a metà tra performance, body art e chirurgia plastica: il corpo naturale, anacronisticamente superato ed inadatto al mondo tecnologico in cui si colloca, si adegua artificializzandosi in una esasperata ricerca di identifcazione con una realtà nuova."
Si passa così da una concezione del corpo come limite che fissa l'identità fisica e psichica, al corpo come supporto di un'identità mobile.
Esempio chiave di arte postumana è quello dell'artista australiano Stelarc la cui ricerca è basata sull'idea che il corpo biologico è oggi obsoleto poichè esiste la possibilità concreta di ibridizzarlo con la meccanica, l'elettronica ed il biologico creato in laboratorio (soft prosthesis).
Da manifestazione di una mancanza, la protesi si fa segno di eccesso, di superamento dei limiti imposti dalla natura.
Nel 1997, Stelarc si fa impiantare un braccio meccanico sul tessuto del braccio destro. La protesi è attivata dai muscoli addominali e delle gambe, e i suoi movimenti sono dunque determinati da quelli di altre zone del corpo, ibridizzando così biologico e meccanico.
Di più recente realizzazione (2003) è una protesi biologica, una copia in miniatura del suo orecchio destro, ottenuta da colture cellulari, in collaborazione con il gruppo di artisti, anch'essi australiani, The Tissue Culture and The Art Project.


Questi ultimi, si dedicano alla coltura cellulare come tecnica per esplorare il confine tra vivente e non vivente. Le loro opere consistono in frammenti di tessuto cellulare, coltivati in vitro e mantenuti "in vita" da un apparato di laboratorio opportunamente trasferito dal contesto della ricerca scientifica a quello delle gallerie di arte contemporanea. La materia vivente è contemporaneamente il mezzo - si parla di scultura semi-vivente- ed il fine dell'opera artistica.
La loro attività di ricerca è svolta nella School of Anatomy and Human Biology della University of Western Australia in un laboratorio di ricerca, SymbioticA, interamente dedicato all'esplorazione artistica della conoscenza scientifica in generale, e delle tecnologie biologiche in particolare (The Art and Science Collaborative Research Laboratory http://www.symbiotica.uwa.edu.au/). La finalità di tale centro di ricerca sperimentale è di esaminare criticamente gli assunti del metodo scientifico tradizionale e i loro limiti attuali. Si assiste ad una sempre crescente necessità di estendere la partecipazione al processo tecnoscientifico ai non-scienziati, si legge nel mission statement di SymbioticA, e gli artisti per primi hanno la possibilità, se non il dovere, di partecipare attivamente alla definizione dei possibili scenari futuri determinati dalla implementazione delle nuove concoscenze tecnoscientifiche.
Altro esempio di 'arte estrema', come viene definita dal filosofo Paul Virilio nel saggio Art and Fear, è quello della transgenic art, l'arte trangenica del brasiliano-americano Eduardo Kac.
Sua opera chiave è la realizzazione, o meglio la creazione di Alba, un coniglio transgenico, luminescente se illuminato con una particolare frequenza elettromagnetica.

L'opera Alba è non solo una scultura vivente, creata in laboratorio, ma anche e soprattutto, l'insieme di pubblici dibattiti suscitati dalla sua esistenza e la sua integrazione nella famiglia dell'artista come creatura altra alla quale rapportarsi con cura e dedizione.
La finalità di questo tipo di sperimentazioni trans-disciplinari è dunque di suscitare il pubblico dibattito simulando le ricadute della tecnoscienza sulla società in una forma estremizzata. Se da un lato, la partecipazione allargata al processo tecnoscientifico è oggi non solo auspicabile, ma necessaria, d'altro lato le implicazioni epistemologiche, etiche e giuridiche di una tale estremizzazione, seppur localizzata, sono molteplici e controverse. Come sostiene il critico Deicth
"(...) Al di là delle sue innegabili e plateali forzature, delle sue istrioniche provocazioni,
Post-Human è anche il tentativo di un avvio di dialogo tra arte e scienza, seppure in termini apocalittici ed in alcuni casi dichiaratamente truci ed inquietanti, per una mutazione (mostruosa?) della specie, ma anche delle emozioni e delle fantasie dell'uomo, senza limiti né
confini, espressione più vera della libertà dell'anima, che il moderno mondo artificiale potrebbe anche assecondare e potenziare".
Per saperne di più..
Associazioni transdisciplinari

Postumano

Collettive itineranti:

giovedì 10 dicembre 2009

Monica Bonvicini...tra architettura, arte e nuovi media

L'artista che desidero presentarvi ora nel mio blog è una giovane promessa nella cultura artistica contemporanea: Monica Bonvicini.
Monica Bonvicini è nata a Venezia nel 1965, mentre vive a Berlino dal 1986.
Presente in numerose rassegne internazionali tra cui la Biennale di Venezia del 1999, dove ha vinto il Leone d’Oro (con Lambri, Esposito, Toderi, Pivi), e la Biennale di Istanbul del 2003, ha esposto nello stesso anno al Museo d’Arte Moderna di Oxford e (con Sam Durant) alla Secessione viennese.
Nel corso dell’ultimo decennio la giovane artista ha prodotto video, installazioni e fotografie che hanno investigato e rivelato i legami esistenti tra strutture architettoniche e strutture di potere. Interessata a decostruire la presunta neutralità dell’architettura e dell’arte moderna ne ha riletto i pregiudizi, lo sguardo maschile dominante, ne ha messo a nudo non solo le mitologie a monte, ma i meccanismi economici, culturali e sociali che ne hanno regolato l’esistenza.
I suoi lavori hanno invitato e invitano lo spettatore a stabilire un dialogo fisico con le opere, sulle quali spesso si può camminare, ci si può stendere e/o toccarle.
La sua ricerca ha, così, messo in evidenza anche la volontà di “precisare certe cose che normalmente sono state date per scontate”, ad esempio, rileggendo in tono dissacrante il concetto classico di ‘creazione’ artistica, realizzando opere in cui l’elemento principale non sia la costruzione del lavoro, bensì la sua distruzione (si veda il video Hammering Out, in cui una parete bianca viene martellata continuamente, oppure Plastered, dove un pavimento di
cartongesso e polistirolo viene distrutto dal continuo passaggio del pubblico).
Questo tentativo di superamento dei ‘generi’ tradizionali e della idealizzazione dell’artista, permette a Bonvicini di riflettere sull’influenza dei media, nella definizione ed imposizione dei ruoli nella società, creando strutture ed ambienti che rileggano in maniera dissacrante alcuni miti contemporanei (si veda la garçonniere del perfetto scapolo secondo Playboy nell’opera Eternmale)
rivelandone i legami esistenti tra strutture architettoniche e strutture di potere. Come già detto i suoi lavori invitano lo spettatore a stabilire un dialogo fisico con le opere, per esempio in Plastered, dove un pavimento in cartongesso si distrugge progressivamente con il passare del pubblico, l’artista sta invitando a compiere questa azione suggerendo una rilettura critica dello spazio neutro della galleria d’arte.
In Destroy She Said, invece, l’artista guarda alla relazione tra lo spazio architettonico e i corpi femminili: in uno spazio apparentemente ancora in costruzione, una doppia proiezione mostra estratti da film degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, dove i corpi delle attrici sono costretti da elementi architettonici (contro un muro, una porta ecc.).
Infine, per concludere questa breve carrellata di alcune delle opere di Bonvicini, nel video Hausfrau Swinging una donna nuda con la testa infilata in una casa di cartone, sbatte la testa contro i muri dell’angolo in cui si trova. Dietro al monitor è installato un angolo che ricorda quello presente nel video, che dà allo spettatore la sensazione di essere immerso nello spazio dove avviene la ripresa.
Per saperne di più...: Le Donne e l'Arte, le donne e l'arte nel XX e XXI secolo, a cura di Uta Gorsenick, Taschen, Colonia, 2001;

martedì 8 dicembre 2009

L'originalità secondo Sherrie Levine.

L'opera di Sherrie Levine è un esempio di cosa significhi lavorare nel mondo artistico postmoderno, in un momento in cui le conquiste che hanno fatto epoca nell'arte moderna, come i pannelli monocromatici in pittura ed il ready-made in scultura, sono ormai un ricordo.
Sherrie Levine riteneva e ritiene che tra gli artisti contemporanei e quelli del passato esista una sorta di rapporto edipico represso e che l'unico linguaggio artistico accessibile ad una donna possa essere creato dagli uomini e basato su desideri e aspirazioni maschili. L'artista ha cercato, così, di esprimere tale condizione angosciosa in molte delle sue opere.
La sua vita professionale comincia con il progetto Shoe Sale, nel 1977, lavoro nel quale Sherrie Levine mette in vendita, nel magazzino al numero 3 di Mercer Street (uno spazio artistico newyorkese), 35 identiche paia di scarpe da bambino nere con i lacci, simili a una fallica versione in miniatura di scarpe da uomo.
In Shoe Sale sono già presenti le problematiche principali dell'opera dell'artista: il carattere feticistico e nello stesso tempo la condizione di merce del prodotto artistico, la questione dell'originale e dell'originalità, la natura dell'articolo unico e destinato a soddisfare le esigenze di un particolare cliente e del prodotto fatto in serie.
Anche per tale serie di ragioni all'inizio degli anni '80 Sherrie Levine è stata considerata l'esponenete più rappresentativa della cosidetta Appropriation Art, una corrente artistica che si fondava sull'appropriazione critica di immagini già esistenti nella cultura elevata e di massa.
Il dibattito sulla sua opera è stato, perciò, incentrato sulla demistificazione delle figure di culto maschili dell'era moderna e sulla scomposizione di concetti come "autore", "originale" o "originalità". Come l'artista stessa sostiene: "...sono interessata a tutto ciò che è corporeo e voluttuoso, ma anche a ciò che è imprevedibile e instabile. Mi piace la casualità proprio come mi piace la ripetizione perchè include una sequenza infinita di surrogati e incontri mancati".
Per ulteriori approfondimenti sull'artista si consiglia la lettura del volume:
Uta Grosenick (a cura di), "Le Donne e l'Arte nel XX e XXI secolo", c.e. Taschen, Colonia, 2001;

Levigatezza ed essenza...Katharina Fritsch

Il titolo del mio blog "arte contemporanea e nuove tecnologie", come ribadito in principio, si prefigge tra gli obiettivi quello di sensibilizzare i visitatori nei confronti delle ultime produzioni in ambito artistico. A tal proposito mi sono permessa di suggerire e proporre i profili di alcune figure di spicco della cultura artistica contemporanea (Mariko Mori, Bill Viola, ecc..), legati in modo viscerale alle nuove tecnologie (video, computer graphic ecc..), fino a giungere alla conoscenza di un'insolita scultrice come Katharina Fritsch, che ha fatto della "perfezione" tecnica un suo punto di forza.
L'artista realizza, ed ha realizzato, forme, figure e oggetti in cui la "perfezione" pare essere l'elemento primario. Il carattere irritante (talvolta) di queste sculture potrebbe essere definito l'opposto della fotografia.
Infatti, mentre in fotografia il particolare sembra catturare l'attenzione ed è ciò che costituisce la peculiarità dell'opera, il fondamento della sua credibilità, nelle realizzazioni di Katharina Fritsch tende a tramutarsi in un vuoto destabilizzante. Per questa ragione l'impressione più immediata e ricorrente sembra essere di "perfezione".
Utile alla comprensione del suo fare artistico l'analisi dell'opera Rattenkonig (Il re dei ratti) (1993-94).
Tale scultura domina decisamente lo spazio, ed è il prodotto di un' esperienza dell'artista tanto repellente quanto affascinante. Infatti parrebbe che Katharina Fritsch si sia trovata di fronte a una tana di ratti mentre usciva, in pieno inverno nel 1993, dalla porta sul retro di un Istituto d'Arte di New York. Da questo incontro/scontro sarebbe nata l'idea di relizzare un cerchio di ratti in scultura, geometricamente legati, quasi a creare una corona. Tale immagine evoca o può evocare dalle resse demoniache ad associazioni con storie e leggende narranti grovigli circolari di code annodate; mentre i materiali dei quali sono composti, come le loro dimensioni (2,80 m.), installazioni simili a simulazioni di computer design.
Da simili indicazioni si può dedurre che Katharina Fritsch desideri presentare al fruitore, attraverso l'uso di una scala dimensionale suggestiva e colore appropriato, oggetti e temi in un isolamento estremo, che li privi di ogni aspetto e cartteristica casuale, verso la rivelazione della loro intima "essenza".
Bibliografia essenziale:
Katharina Fritsch, San Francisco: San Francisco Museum of Modern Art, 1996;
Katharina Fritsch, Wolfsburg: Stadische Galerie Wolfsburg, 1999;
Katharina Fritsch, New York: Matthew Marks Gallery, 2000;
Blazwick, Iwona, Katharina Fritsch. London: Tate, 2002

domenica 6 dicembre 2009